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Intervento SIMLII al Senato della Repubblica

28/06/2012

Di seguito la sintesi del Presidente Prof. P.Apostoli alla Giornata Nazionale di studio sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro

Roma, 25/06/2012

Desidero prima di tutto ringraziare il Presidente Senatore Tofani ed il Senatore Nerozzi per l’opportunità che mi viene data di partecipare a questa Giornata Nazionale per la Tutela della Salute e la Sicurezza nei Luoghi di Lavoro, per portare il punto di vista della Società Italiana di Medicina del Lavoro ed Igiene Industriale di cui mi onoro di essere il presidente nazionale.

La nostra Società è la più antica (ha quasi 85 anni) e rappresentativa dei medici del lavoro e dei medici competenti del nostro paese; ha anche la caratteristica unica di rappresentare, o almeno di ambire a farlo, le diverse professionalità mediche impegnate in questo settore: dal medico libero professionista che opera nelle aziende al docente universitario. Dal 17 al 19 ottobre 2012 si terrà a Brescia-Bergamo il nostro 75° Congresso Nazionale che ha come motto “Uscire dalla crisi tutelando salute e sicurezza nei luoghi di lavoro”. E’ questo un auspicio che abbiamo formulato due anni or sono e che, anche in questa sede, in sintonia con alcuni interventi che mi hanno preceduto, ci sentiamo di dover fortemente perseguire.

E’ necessaria, prima di passare al principale tema del mio intervento, una premessa. E’ ormai sempre più diffusa a livello nazionale ed internazionale la convinzione che la prevenzione nei luoghi di lavoro sia il risultato di una complessa interazione tra diverse determinanti: le leggi, il ruolo delle parti sociali, il ruolo delle figure tecniche impegnate nella sua realizzazione. E’ quindi soprattutto da un approccio integrato tra leggi,  norme tecniche, buone prassi che ci possiamo attendere i migliori risultati in termini di protezione e promozione della salute e sicurezza di chi lavora. Il mio intervento cercherà di mettere a fuoco soprattutto l’aspetto dell’importanza delle buone prassi nella medicina del lavoro, osservando il campo dall’angolatura di una società scientifica come la nostra. Mi sarà però concesso di riproporre qui alcune considerazioni che abbiamo ripetutamente fatto sulle carenze dell’attuale legislazione, quando se ne esaminino gli aspetti più da vicino connessi all’attività del medico del lavoro / medico competente. Oltre agli appesantimenti di tipo burocratico che sottraggono al medico tempo prezioso per azioni di cui non si comprende a fondo la necessità (vedi la vexata quaestio degli allegati) è soprattutto sulla esclusione del medico del lavoro dalla valutazione del rischio che voglio richiamare la vostra attenzione. E’ questo un vulnus che a nostro avviso va risolto, se è vero, come è vero, e ribadito anche nell’intervento che mi ha preceduto del Procuratore della Repubblica di Napoli, che la valutazione del rischio ha nella prevenzione occupazionale un ruolo di assoluto rilievo ed è in grado di condizionare di fatto tutta l’azione prevista dalla norma (legge e buone pratiche). La valutazione del rischio infatti condiziona gli aspetti tecnici riguardanti la misura dell’esposizione, l’attuazione della sorveglianza sanitaria ed epidemiologica, la prevenzione e protezione collettiva ed individuale, tutte le attività di informazione, formazione e addestramento. Ma come può essere condotta un’adeguata valutazione del rischio senza le competenze biologico-mediche, senza lo studio dei fattori umani così rilevanti negli infortuni, senza le informazioni che sorveglianza sanitaria individuale e dei gruppi di lavoratori possono fornire sui fattori di rischio stessi? Lo stesso dlgs 81/08 quando introduce l’obbligo della valutazione del rischio richiama in modo esplicito questioni come lo stress lavoro correlato, l’età, il genere, le differenze di nazionalità dei lavoratori che non possono trovare una compiuta trattazione senza i medici del lavoro. Ribadiamo quindi con forza proprio in questa aula la necessità che quanto prima si ponga rimedio al citato vulnus dell’esclusione del medico del lavoro anche per poter arrivare ad una corretta interpretazione dei diversi passaggi presenti nel decreti 81/08 nei quali si richiede “collaborazione” del medico del lavoro nei confronti del datore di lavoro quando sia chiamato a svolgere una delle due funzioni non delegabili che la legge gli assegna, appunto la valutazione del rischio.

Tornando al punto principale del mio intervento, va sottolineato come leggi e buone prassi mediche di fatto agiscono sullo stesso target: il comportamento umano. Le prime lo fa attraverso indicazioni e relative sanzioni in caso di inottemperanza che la Società ritiene di dover formulare  per correggere azioni/comportamenti ritenuti errate/dannose alla società nel suo complesso; le seconde si pongono l’obiettivo di modificare i comportamenti attraverso indicazioni/raccomandazioni cui i singoli volontariamente e consapevolmente si adeguano. Questo dovrebbe garantire, come facilmente intuibile, un maggiore  e più efficace raggiungimento dei risultati che ci prefiggiamo. Le buone prassi in medicina negli ultimi vent’anni hanno rappresentato uno degli elementi di maggiore innovazione e progresso tecnico e scientifico. Esse hanno avuto come caposaldo le prove di evidenza circa la scientificità di quanto proposto, l’efficacia dei risultati conseguiti, misurabile oggettivamente, ad esempio nel nostro campo con la riduzione di infortuni e malattie professionali, l’appropriatezza, cioè l’adesione ad obiettivi proposti e ritenuti adeguati alla situazione in cui ci si trova ad operare. Gli strumenti attraverso i quali le buone prassi vengono proposte sono vari; linee guida, documenti di consenso, protocolli, standard operativi. La nostra Società scientifica negli ultimi dieci anni ha emanato circa 30 linee guida sui principali e più attuali temi della medicina del lavoro garantendone un’ampia diffusione e discussione tra i soci e, più in generale tra i medici del lavoro del nostro Paese. Tra strumenti informativi si sono così inseriti a pieno nel contesto di due delle principali missions di una società scientifica: quelli della qualificazione e dell’aggiornamento di chi ad essa fa riferimento. Accanto a questi strumenti tradizionali da tre anni abbiamo avviato una  formazione a distanza che sta riscuotendo un crescente successo.  Non possiamo poi dimenticare l’impegno alla qualificazione e all’aggiornamento profuso in occasione dei tradizionali impegni congressuali e soprattutto nelle attività che le nostre sezioni regionali capillarmente promuovono in tutto il Paese.

Il Decreto 81/08 per la prima volta prevede tra gli strumenti di cui possiamo/dobbiamo riferirci proprio le linee guida, le norme tecniche, le buone pratiche, lasciando un ampio margine nella loro definizione, implementazione, applicazione. Non vi nascondo che su alcuni punti rilevanti quanto riportato nelle definizioni del decreto non è in sintonia con quanto determinato a livello scientifico. Sarà quindi necessario un serrato confronto tra tutti gli attori della prevenzione perché questi aspetti siano approfonditi e risolti.

La nostra Società si è già dichiarata e si dichiara in questa sede pronta a dare il proprio fattivo contributo.